«...Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.» (Giordano Bruno)
domenica 19 agosto 2012
UFO sopra la stazione Antartica di Neumayer-Station III
Ubicazione:
Antartide
Avremo inverni sempre più freddi?
Cornell Charles H. Greene, professore di
scienze della terra e dell’atmosfera, e Bruce C. Monger, ricercatore di
scienze meteorologiche, hanno pubblicato nel numero di giugno della
rivista Oceanography il
loro studio spiegando che “tutti pensano ai cambiamenti climatici
dell’Artico, certi che questo fenomeno a distanza avrà scarso effetto
sulla nostra vita quotidiana. Ma ciò che sta succedendo nella regione
artica cambierà il clima nelle nostre zone”
In sostanza i due esperti spiegano che il global warming provoca
un maggiore scioglimento del ghiaccio marino del polo nord durante
l’estate, esponendo la scura acqua dell’oceano alla luce solare. Questo
provoca un maggior assorbimento della radiazione solare e il calore in
eccesso viene rilasciato in atmosfera, soprattutto durante l’autunno,
facendo crollare le temperature e i valori di pressione proprio tra
l’Artico e le medie latitudini dell’emisfero nord. Secondo gli
scienziati, ciò provocherebbe un indebolimento dei venti associati al vortice polare e alla corrente a getto,
consentendo così all’aria fredda di proiettarsi molto più spesso alle
basse latitudini, com’è già successo negli ultimi tre inverni in modo a
volte drammatico, in termini di freddo e neve, sull’Europa e sul nord
America.
Le osservazioni più recenti presentano
una nuova svolta alla oscillazione artica: “quello che sta succedendo
ora è che stiamo cambiando il sistema climatico, in particolare nella
regione artica, e che sta aumentando le probabilità per le condizioni AO
negative, che favoriscono invasioni di aria fredda e gravi tempeste
meteorologiche invernali a latitudini più basse” ha detto Greene.
Il rallentamento della Corrente del Golfo
Un ulteriore fattore di raffreddamento del clima terrestre potrebbe essere l'effettivo rallentamento della Corrente del Golfo. Il ricercatore Uwe Send, dello Scripps Institution of Oceanography della
California, assieme ad alcuni colleghi, ha analizzato i dati raccolti
tra il gennaio 2000 e il giugno 2009 da alcune boe oceaniche facenti
parte del programma MOVE (Meridional
Overturning Variability Experiment) e ha così ottenuto la conferma che
nell’ultimo periodo la portata della Corrente del Golfo (cioè la
quantità di acqua calda trascinata) si è ridotta di circa il 20%: si
tratta della prima prova scientifica di un effettivo rallentamento della
Corrente del Golfo.
Tuttavia secondo il team di ricercatori
il rallentamento non sarebbe causato dallo scioglimento della Calotta
Artica (e dal conseguente “annacquamento” delle acque della Corrente)
quanto piuttosto da una naturale variabilità, ed è molto probabile che
nell’arco di pochi anni la Corrente del Golfo torni alla precedente
portata. Insomma, gli stessi studiosi si mostrano assai scettici su un
imminente raffreddamento del clima europeo causato dallo scioglimento
dei ghiacci artici e in ogni caso si possono escludere eventi
catastrofici come quelli descritti nel noto film (esagerati proprio per
esigenze cinematografiche).
La comprensione di queste fluttuazioni
della Corrente del Golfo rimane comunque obiettivo fondamentale per
arrivare un giorno a realizzare proiezioni climatiche su lungo periodo
più affidabili e dettagliate, e in questo senso preziosissime saranno le
informazioni che arriveranno nei prossimi anni dalle 20 boe marine
dislocate nel 2004 tra le Canarie e le Bahamas nell’ambito del programma
Rapid Climate Change Project.
I ghiacciai delle montagne asiatiche crescono
Un ulteriore conferma alle ricerche di
Greene e Send proviene da una da uno studio satellitare delle montagne
asiatiche che ha lasciato i climatologi molto sconcertati. Il nuovo
studio ha preso in esame i dati satellitari degli ultimi 10 anni per
studiare la catena montuosa del Karakorum,
nel Pakistan del nord e nell'ovest della Cina. I ricercatori hanno
scoperto che i ghiacciai del Karakorum - che rappresentano il 3 per
cento del totale della superficie coperta di ghiaccio del pianeta -
hanno aumentato il loro spessore di 0,11 metri tra il 1999 e il 2008.
Questi risultati confutano tutte le previsione catastrofiche dei
climatologi negli ultimi anni, che volevano i ghiacciai terrestri in
forte arretramento a causa del riscaldamento globale.
I ghiacciai della catena montuosa del Karakorum
Tuttavia, gli esperti avvertono che il
guadagno è così piccolo che non si può affermare che i ghiacciai siano
in crescita. E' però vero che non si stanno nemmeno riducendo. Etienne
Berthier, glaciologo presso l'Universitè de Toulose, in Francia, dice che "non tutte le regioni glaciali stanno cambiando allo stesso modo".
Una stima precendente del prof. John Wahr, Università del Colorado,
sull'arretramento dei ghiacciai delle montagne asiatiche aveva previsto
una perduta fino a 50 miliardi di tonnellate l'anno. Anche le Nazioni
Unite si erano spinte in previsioni fosche per il futuro del clima
terrestre sostenendo che un quinto dei ghiacciai dell'Himalaya si
sarebbe sciolto entro il 2035, con conseguente aumento del livello dei
mari e della siccità.
In tutto il mondo, la fusione è stata
sopravvalutata. I ghiacciai terrestri e le calotte polari stanno
perdendo circa 150 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno, circa
il 30 per cento in meno di quanto era stato previsto. Il gap tra le
stime precedenti e quelle attuali è dovuto al miglioramento degli
strumenti di monitoraggio. Il principale artefice delle nuove
rivelazione è GRACE,
un sistema di osservazione composto da due satelliti orbitali. Lanciati
nel 2002, i due satelliti lavorano in tandem orbitando 16 volte al
giorno attorno alla Terra ad un'altitudine di 300 miglia. I satelliti
sono in grado di misurare i cambiamenti nel campo gravitazionale
terrestre causato da cambiamenti di massa in alcune regioni del globo,
tra cui lastre di ghiaccio, gli oceani e l'acqua immagazzinata nel
terreno e nelle falde acquifere sotterranee.
Conclusioni
Inutile ricordare quanto accaduto a
febbraio in Europa, o lo scorso anno a dicembre negli Usa e sulle isole
Britanniche. Greene e Monger ha fatto notare che, però, il loro studio
viene pubblicato subito dopo uno degli inverni più caldi negli Stati
Uniti orientali, quello concluso pochi mesi fa. “E ‘una grande
dimostrazione della complessità del nostro sistema climatico e di come
vari elementi influenzano i nostri modelli climatici regionali“, ha
detto Greene.
In una regione particolare, molti
fattori possono infatti avere un’influenza, tra cui il fenomeno del Niño
e della Niña nell’oceano Pacifico. Ma gli esperti hanno spiegato che
ogni regione ha un clima a sè e che se è vero, da un lato, che negli Usa
è stato un inverno molto caldo, è anche vero che l’Alaska e l’Europa
hanno avuto freddo e neve da record e che, nel suo complesso termico
globale, il mese di marzo 2012 è stato il marzo più freddo degli ultimi
13 anni! “Ed è questo che ci dobbiamo aspettare per il futuro – conclude
Green – con tempeste invernali, freddo e abbondanti nevicate sempre più
frequenti nel nord America e in Europa“.
A quanto pare,oltre al grande caldo dobbiamo aspettarci anche un grande freddo.
La Fuente Magna - Eredità dei Sumeri in Sud America?
Uno dei reperti archeologici più controversi dell’intera America è la Fuente Magna, detta anche Vaso Fuente, un grande vaso di pietra, simile ad un recipiente per effettuare libagioni, battesimi o cerimonie purificatorie.
Secondo la versione ufficiale il vaso fu scoperto in Bolivia nel 1960, da un contadino, in un terreno privato che si dice sia appartenuto alla famiglia Manjon, situato a Chua, circa 80 chilometri da La Paz, nelle vicinanze del lago Titicaca.
Nella parte esterna il vaso riporta alcuni bassorilievi zoomorfi (di origine Tihuanacoide), mentre nell’interno, oltre a una figura zoomorfa o antropomorfa (a seconda dell’interpretazione), vi sono incisi due tipi di differenti scritture, un alfabeto antico, proto-sumerico, e il quellca, idioma dell’antica Pukara, civiltà antesignana di Tiwanaku.
Nel 1960 l’archeologo boliviano Max Portugal Zamora attuò alcuni piccoli lavori di restauro sul vaso di pietra, e tentò di decifrare senza successo la misteriosa scrittura che è incisa nella parte interna.
Il vaso fu consegnato da un membro della familia Manjon al municipio di La Paz nel 1960. In cambio la familia Manjon ottenne un terreno in una zona adiacente la capitale.
L’oggetto rimase in uno scantinato del “Museo de los metales preciosos” per 40 anni.
Fino alla fine del XX secolo nessuno sapeva in realtà da dove venisse la Fuente Magna, e nessuno poteva immaginare la straordinaria e affascinante storia che racchiude.
Nel 2000 due ricercatori di La Paz, l’argentino Bernardo Biados e il boliviano Freddy Arce, viaggiarono fino a Chua, luogo situato nel nord del lago Titicaca, e chiesero informazioni ai nativi di lengua aymara sul ritrovamento della Fuente Magna nel 1960.
Inizialmente nessuno sapeva dare informazioni, nè sul Vaso Fuente, nè sulla famiglia Manjon, che sembrava essere scomparsa nel nulla. Successivamente incontrarono un anziano di 92 anni, detto Maximiliano, che dopo aver osservato una foto della Fuente Magna, la riconobbe come sua, e la denominò in spagnolo “el plato del chanco”, ovvero il vaso dove mangiavano i maiali.
Maximiliano dichiarò che il vaso fu trovato molti anni prima nelle vicinanze del villaggio e non gli fu data alcuna importanza fino a quando alcuni uomini lo portarono via (forse pagando un corrispettivo), per poi consegnarlo al municipio di La Paz.
Proprio così: uno degli oggetti più importante dell’intera Storia umana era utilizzato da un campesino come recipiente per dar da mangiare ai maiali!
Bernardo Biados e Freddy Arce fotografarono e studiarono a fondo il celebre vaso, giungendo alla conclusione che era utilizzato nell’antichità per cerimonie religiose purificatorie. I due ricercatori inviarono le foto delle iscrizioni al famoso epigrafista statunitense Clyde Ahmed Winters, che decifrò le enigmatiche iscrizioni proto-sumeriche che si trovano all’interno della Fuente Magna.
Ecco la traduzione del pannello centrale dove vi sono i caratteri cuneiformi:
Avvicinati nel futuro ad una persona dotata di grande protezione nel nome della grande Nia. Questo oracolo serve alle persone che vogliono raggiungere la purezza e rafforzare il carattere. La Divina Nia diffonderà purezza, serenità, carattere. Usa questo talismano (la Fuente Magna), per far germogliare in te saggezza e serenità.
Utilizzando il santuario giusto, il sacrario unto, il saggio giura di intraprendere il giusto camino per raggiungere la purezza e il carattere. Oh sacerdote, trova l’unica luce, per tutti coloro che desiderano una vita nobile.
Secondo i testi antichi Ni-ash (Nammu o Nia), era la Dea che diede luce al Cielo e alla Terra, al tempo dei Sumeri. Il bassorilievo situato nella parte interna del vaso, che può richiamare ad una rana (simbolo di fertilità), secondo alcuni ricercatori è proprio la rappresentazione di Nia, la Dea dei Sumeri.
Gli altri simboli che si trovano ai lati del bassorilievo e nella parte adiacente alle incisioni proto-sumeriche, sono stati interpretati come quella, idioma scritto della civiltà Pukara, ma non sono stati decifrati.
Nella parte esterna del vaso ci sono alcuni bassorilievi zoomorfi, che richiamano la cultura di Tiwuanaku: pesce e serpente. E’ molto probabile che la Fuente Magna venisse utilizzata come vaso sacro per cerimonie esoteriche, che richiamavano il culto della fertilità e la ricerca della purezza.
A questo punto sorge la domanda? Come è possibile che vi siano delle iscrizioni proto-sumeriche in un vaso ritovato presso il Titicaca, a ben 3800 metri d’altezza sul livello del mare, distante decine di migliaia di chilometri dal luogo di espansione della civiltà dei Sumeri?
A mio parere La Fuente Magna è autentica, ed è uno degli oggetti antichi più importanti del mondo, attraverso il quale si può venire a conoscenza del passato remoto dell’umanità e dei suoi viaggi interoceanici.
Innuanzitutto si deve ricordare che l’esistenza del Nuovo Mondo era perfettamente conosciuta ai Fenici e ai Cartaginesi che circumnavigarono l’Africa nel I millennio prima di Cristo. Ma le loro conoscenze derivavano dai Sumeri, il popolo che spesso si associa erroneamente con la “nascità della civiltà”.
E’ noto che i Sumeri navigavano sulle loro imbarcazioni attraverso i canali del Tigri e dell’Eufrate allo scopo di commerciare. E’ invece poco conosciuta la navigazione marittima dei Sumeri, che avevano come base l’attuale isola di Bahrein, dove recenti scavi hanno dimostrato l’esistenza di un porto commerciale che era in attività nel terzo millennio prima di Cristo. Nei testi Sumeri l’odierno Behrein era identificato come Dilmoun, e da quel punto le flotte sumere partivano per la foce dell’Indo da dove rimontavano il grande fiume, giungendo a Mohenjo-Daro, per intercambiare tessuti, oro, incenso e rame. Le imbarcazioni sumere erano lance che potevano dislocare fino a 36 tonnellate.
Secondo Bernardo Biados i Sumeri circumnavigarono l’Africa già nel terzo millennio prima di Cristo, ma, arrivati presso le isole di Capo Verde, si trovarono sbarrato il passaggio dai venti contrari che soffiano incesantemente verso sud-est. Si trovarono pertanto obbligati a fare rotta verso ovest, cercando venti favorevoli. Fu così che giunsero occasionalmente in Brasile presso le coste dell’attuale Piauì o Maranhao. Da quei punti esplorarono il continente risalendo gli affluenti del Rio delle Amazzoni, in particolare il Madeira e il Beni.
In questo modo arrivarono all’altopiano andino, che probabilmente nel 3000 a.C. non aveva un clima così freddo. Si mischiarono così alle genti Pukara che a loro volta provenivano dall’Amazzonia (espansione Arawak), e ai popoli Colla (i cui discendenti parlano oggi la lingua aymara). La cultura Sumera influenzò le genti dell’altopiano, non solo dal punto di vista religioso, ma anche lessicale. Molti linguisti infatti hanno trovato molte similitudini tra il proto-sumerico e l’aymara.
Alcuni Sumeri rientrarono nel Vecchio Mondo e vi trasportarono la coca, che fu trovata anche nelle mummie di alcuni faraoni egizi.
Ultimamente Bernardo Biados e Freddy Arce hanno analizzato e studiato a fondo il monolito di Pokotia, che riporta interessanti iscrizioni nella parte dorsale, che possono anch’esse essere relazionate con viaggi inter-oceanici avvenuti antecedentemente al terzo millennio a.C.
Solo con lo studio comparato di genetica, archeologia, linguistica e scienza epigrafica si potrà giungere in futuro alla reale comprensione delle relazioni tra gli antichi popoli del mondo, in modo da poter tracciare così una mappa dettagliata dell’intera evoluzione umana.
YURI LEVERATTO
Copyright 2010
E’ possibile riprodurre questo articolo indicando chiaramente il nome dell’autore e la fonte www.yurileveratto.com
Nella prima foto: l'indigeno Colla Maximiliano mostrando una foto della "sua" Fuente Magna.
Foto: Copyright Yuri Leveratto eccetto la prima foto.
Traduzione del pannello centrale di Clyde Winters dall'inglese all'italiano: Yuri Leveratto
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Ubicazione:
La Paz, Bolivia
Il mistero di Cholula, la piramide più grande del mondo
Lo studio delle piramidi, costruite nel lontano passato da molti popoli che vivevano in differenti zone della Terra, è interesante non solo dal punto di vista storico e architettonico, ma anche per comprendere le loro usanze, le loro credenze religiose e la loro visione del mondo.
Le piramidi più conosciute sono certamente le egiziane, soprattutto quelle della piana di Giza.
Nel mondo però vi furono varie le culture antiche che costruirono piramidi, per esempio le piramidi cinesi di Xian, quelle peruviane di Caral o Tucumè e quelle mesoamericane, come le Maya di Tikal, Uxmal, Palenque, o le famose piramidi del Sole e della Luna di Teotihuacan.
Stranamente la pirámide di Cholula (detta anche Tlachihualtepetl), che è la più grande del mondo, è quasi ignorata sia nei programmi televisivi dove si divulga la Storia sudamericana che nelle riviste specializzate.
La piramide, che è alta 66 metri ed ha una pianta quadrata di 400 metri, è la più voluminosa del mondo: ben 4.450.000 metri cubi.
Per fare un paragone, la piramide di Cheope, ha un volume di “soli” 2.500.000 metri cubi.
Il nome Cholula significa “acqua che cade nel luogo della vita”. Secondo la mitología fu costruita dal gigante Xelhua, che riuscì a salvarsi dal diluvio universale.
Ecco un brano dell’opera Cholula 2000 tradizione e cultura dello scrittore Rodolfo Herrera Charolet (1995):
Nell’epoca del diluvio vivevano sulla Terra i giganti, però molti di essi morirono sommersi dalla acque, alcuni invece furono trasformati in pesci e solo sette fratelli si salvarono in alcune grotte della montagna Tlaloc. Il gigante Xelhua viaggiò fino al luogo che in seguito si chiamò Cholollan e con grandi mattoni fabbricati nel lontano Tlalmanalco, cominciò a costruire la pirámide in memoria della montagna dove si salvò. Siccome Tonacatecutli, il Padre degli Dei s’irritò vedendo quella immensa costruzione, che poteva arrivare alle nubi, lanciò delle lingue di fuoco e con un grande masso che aveva forma di rospo schiacciò molti lavoratori e scacciò i sopravvissuti, cosìcchè l’opera fu interrotta…
La piramide di Cholula è in realtà il risultato di 6 differenti costruzioni sovrapposte nel corso dei secoli. Secondo gliultimi studi in situ s’iniziò a costruire nel periodo Preclassico(1800 a.C.-200 d.C), nell’epoca degli Olmechi.
Intorno al 100 d.C. la piramide di Cholula era utilizzata da genti di Teotihuacan, sia per motivi rituali che cerimoniali.
Si stima che il complesso urbano che si era sviluppato nei dintorni della piramide assommava a quasi 100.000 abitanti intorno al 200 d.C. essendo così la seconda città del Mesoamerica dopo Teotihuacan.
La zona fu abbandonata intorno all’800 d.C. in seguito alla decadenza di Teotihuacan. In seguito la piramide fu utilizzata da etnie Tolteche e Cicimeche. Quindi con il dominio degli Aztechi in Messico, fu dedicata al culto di Queztalcoatl.
In seguito alla conquista spagnola del Messico, fu costruita una chiesa cattolica nella sommità della piramide (nel 1594), allo scopo di affermare la religione cristiana sui culti locali.
Il primo archeologo che studiò a fondo la piramide fu lo svizzero Adolph Bandelier nel 1881. Rinvenne molti resti umani in alcune sepolture di stile Teotihuacano, oltre a una notevole quantità di cerámica, anch’essa attribuibile a Teotihuacan.
Nel 1931 l’architetto Ignacio Marquina diresse degli scavi con lo scopo di aprire dei tunnel al di sotto della pirámide. Nel 1951 sono stati scavati circa 6 chilometri di tunnels al di sotto della piramide, che formano un vero e proprio labirinto.
Durante questo primo periodo di scavi furono pórtate alla luce notevoli quantità di ceramiche risalenti alle culture di Tula e Teotihuacan oltre a strumenti musicali come per esempio flauti.
In seguito ci fu un secondo periodo di scavi dal 1966 al 1974 condotto da Miguel Messmacher, ma non si riuscì a trovare una camera funeraria principale.
Oggi il mistero di Cholula, ovvero quali furono i reali costruttori di questa imponente struttura, resta insoluto. Successive opere di scavo sono state bloccate perché potrebbero minacciare la stabilità dell’intera piramide ma anche perché la chiesa cattolica costruita dagli spagnoli sulla sua sommità, è stata dichiarata patrimonio della nazione e pertanto è proibito intervenire sulle sue fondamenta.
Sappiamo che nelle leggende c’è sempre un fondo di verità: forse Xelhua era una personaggio reale che, come Viracocha o Queztalcoatl era riuscito a fondare una nuova civiltà e aveva costruito la piramide come simbolo del suo potere?
YURI LEVERATTO
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giovedì 16 agosto 2012
Olanda scossa di terremoto di 4,1 Richter.
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Paesi Bassi
sabato 11 agosto 2012
Criovulcanesimo, cosa è?
Un criovulcano è, letteralmente, un vulcano ghiacciato. Più in generale, si definisce criovulcanismo (criovulcanesimo) l'insieme dei fenomeni collegati all'attività vulcanica attualmente individuata su diversi corpi ghiacciati del sistema solare, quali, tipicamente, Encelado, Titano e Tritone, e possibilmente numerosi altri satelliti naturali del sistema solare esterno o oggetti della fascia di Kuiper.
I pennacchi di Encelado, probabilmente fonte principale di materia per l'Anello E di Saturno, fotografati dalla sonda Cassini nel 2005
I fenomeni di natura criovulcanica prevedono l'eruzione di acqua, ammoniaca o composti del metano, invece della lava che caratterizza il vulcanismo dei pianeti terrestri. Queste sostanze, talvolta designate con l'appellativo generale di criomagma, sono solitamente allo stato liquido, e talvolta allo stato gassoso. Dopo l'eruzione, il criomagma condensa per via dell'esposizione alle gelide temperature ambientali.
Vi sono speculazioni riguardo alla possibilità che il criovulcanismo di Titano possa opsitare vita extraterrestre.
Vi sono speculazioni riguardo alla possibilità che il criovulcanismo di Titano possa opsitare vita extraterrestre.
Modello di "geyser freddo" su Encelado
L'energia necessaria per sostenere fenomeni di natura criovulcanica sembra provenire principalmente dall'interazione mareale tra il satellite naturale e il pianeta madre, tipicamente un gigante gassoso.
Secondo un'ipotesi meno accreditata, ma comunque degna di nota, i depositi superficiali di materiale ghiacciato translucente potrebbero generare un effetto serra sotterraneo in grado di accumulare progressivamente calore.
Secondo un'ipotesi meno accreditata, ma comunque degna di nota, i depositi superficiali di materiale ghiacciato translucente potrebbero generare un effetto serra sotterraneo in grado di accumulare progressivamente calore.
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Criovulcanesimo su Encelado, luna di Saturno.
Le spettacolari immagini di un enorme getto d'acqua riversato su Saturno da una delle sue lune, Encelado, sono state catturate da Herschel, l'osservatorio spaziale dell'Agenzia Spaziale Europea(ESA) e hanno permesso di risolvere il mistero della presenza di acqua nell'atmosfera del pianeta degli anelli.
La presenza di acqua negli strati alti dell'atmosfera del secondo piu' grande pianeta del sistema solare era noto da molti anni, ma non esisteva certezza fino ad oggi di quale potesse esserne la fonte. Le nuove osservazioni hanno permesso di verificare la presenza di un grande anello di vapore d'acqua che circonda Saturno e che viene continuamente alimentato da un getto proveniente da una delle sue lune. Encelado ne espelle infatti circa 250 chilogrammi al secondo attraverso numerosi getti liberati dalla regione del Polo Sud.
Encelado è un satellite naturale di Saturno, scoperto il 28 agosto 1789 da William Herschel. È il sesto satellite naturale di Saturno in ordine di grandezza. Fino al passaggio delle due sonde Voyager, all'inizio degli anni 1980, le caratteristiche di questo corpo celeste erano poco conosciute, a parte l'identificazione di ghiaccio d'acqua sulla superficie. Le sonde hanno mostrato che questo satellite ha un diametro di soli 500 km e riflette quasi il 100% della luce solare. La Voyager 1 ha permesso di scoprire che Encelado orbita nella regione più densa dell'anello E di Saturno mentre Voyager 2 ha rivelato che nonostante le sue piccole dimensioni il satellite presenta regioni che variano da superfici antiche con molti crateri da impatto a zone recenti datate circa 100 milioni di anni.
Fonte
La presenza di acqua negli strati alti dell'atmosfera del secondo piu' grande pianeta del sistema solare era noto da molti anni, ma non esisteva certezza fino ad oggi di quale potesse esserne la fonte. Le nuove osservazioni hanno permesso di verificare la presenza di un grande anello di vapore d'acqua che circonda Saturno e che viene continuamente alimentato da un getto proveniente da una delle sue lune. Encelado ne espelle infatti circa 250 chilogrammi al secondo attraverso numerosi getti liberati dalla regione del Polo Sud.
Encelado è un satellite naturale di Saturno, scoperto il 28 agosto 1789 da William Herschel. È il sesto satellite naturale di Saturno in ordine di grandezza. Fino al passaggio delle due sonde Voyager, all'inizio degli anni 1980, le caratteristiche di questo corpo celeste erano poco conosciute, a parte l'identificazione di ghiaccio d'acqua sulla superficie. Le sonde hanno mostrato che questo satellite ha un diametro di soli 500 km e riflette quasi il 100% della luce solare. La Voyager 1 ha permesso di scoprire che Encelado orbita nella regione più densa dell'anello E di Saturno mentre Voyager 2 ha rivelato che nonostante le sue piccole dimensioni il satellite presenta regioni che variano da superfici antiche con molti crateri da impatto a zone recenti datate circa 100 milioni di anni.
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Lousiana (USA) - Voragine si apre improvvisamente.
Una voragine si è aperta improvvisamente in un terreno in Assumption Parish (Louisiana).
I geologi interpellati, ritengono che forse dipenda dallo sfruttamento delle miniere sotterranee di sale, che potrebbero aver causato il sinkhole.
La voragine misura 324 metri di diametro di 50 metri di profondità, ma il punto è profondo arriva a 128 metri circa.
Altro fenomeno "strano" che sta preoccupando la popolazione della Lousiana (USA) e già segnalato in questo blog (Clicca qui), è la presenza di bolle risalaenti in superfice in diversi fiumi della zona. probabilmente bolle metanifere.
La voragine misura 324 metri di diametro di 50 metri di profondità, ma il punto è profondo arriva a 128 metri circa.
Altro fenomeno "strano" che sta preoccupando la popolazione della Lousiana (USA) e già segnalato in questo blog (Clicca qui), è la presenza di bolle risalaenti in superfice in diversi fiumi della zona. probabilmente bolle metanifere.
Ubicazione:
Parrocchia di Assumption, Louisiana, Stati Uniti
Eruzione di un vulcano sottomarino in Nuova Zelanda, emerge una isola di pomice.
Wellington - (Adnkronos/dpa) - La gigantesca isola galleggiante è stataavvistata nell'Oceano Pacifico, a metà strada fra le isole Tonga e la Nuova ZelandaUna immensa isola galleggiante di pomice è stata avvistata nell'Oceano Pacifico meridionale, lasciando intendere che sia avvenuta un'eruzione sottomarina nell'area, a metà strada fra le isole Tonga e la Nuova Zelanda. Lo ha reso noto il ministero neozelandese della Difesa.
Una missione scientifica è già partita a bordo di una unità della marina per raccogliere alcuni campioni di pomice. Secondo le prime stime, grazie ai dati raccolti da una ricognizione aerea, l'isola si estende su 7.500 chilometri quadrati.
L'isola potrebbe essere frutto dell'eruzione del vulcano sottomarino Monowai, vicino alle isole neozelandesi Kermadec, ad un migliaio di chilometri a nord est di Auckland. Sarebbe la terza eruzione in pochi giorni, dopo che si è risvegliato lunedi notte il monte Tongariro da un sonno di 115 anni, seguito il giorno dopo dal vulcano di White island.
Quest'ultimo è il vulcano più attivo del Paese, con continue emissioni di vapori, ma non eruttava da 12 anni. "E' la cosa più magica che abbia visto in 18 anni sul mare", ha detto il tenente Tim Oscar che ha potuto osservare l'isola di pomice. "E' una specie di zattera di pomice che si alza e si abbassa con le onde -ha riferito- le rocce emergono circa 60 centimetri dal mare e brillano bianche al sole. Sembrano di ghiaccio".
Fonte
Una missione scientifica è già partita a bordo di una unità della marina per raccogliere alcuni campioni di pomice. Secondo le prime stime, grazie ai dati raccolti da una ricognizione aerea, l'isola si estende su 7.500 chilometri quadrati.
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Auckland, Nuova Zelanda
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