sabato 13 luglio 2013

Il reattore nucleare “naturale” di Oklo in Gabon.



Nel giugno del 1972 un controllo su una partita di uranio naturale destinata all' Unione Sovietica rilevò una percentuale più bassa di uranio 235 che fece quasi nascere un incidente diplomatico, fino a quando non si scoprì che la causa non era umana, ma naturale. La partita proveniva dalla miniera di Oklo, in Gabon (Africa), e le indagini scientifiche rivelarono che all' incirca due miliardi di anni fa un ingresso naturale di acqua nel giacimento aveva innescato una reazione a catena che è durata per centinaia di migliaia di anni producendo oltre 2500 chili di plutonio e circa 6 tonnellate di prodotti di fissione. Le tracce di questo reattore naturale sono ancora ben chiare, anche se la pericolosità delle sue scorie si è completamente annullata nel corso dei millenni.   [1]
Quindici reattori naturali similari sono stati trovati in Africa. Probabilmente ci sono stati altri reattori naturali in altre aree del mondo, che non sono ancora stati scoperti. Questa reazione naturale era possibile due miliardi di anni fa, ma non lo sarebbe più oggi perchè la percentuale di uranio 235 in natura, che genera la fissione naturale, diminuisce lentamente col tempo. Il quantitativo totale di radioattività naturale oggi molto più basso di quando apparsa la vita sul pianeta, perchè la radioattività naturale diminuisce lentamente.   [2]
Dunque, nel 1972 alcuni scienziati francesi trovarono a loro dire le prove che "forze naturali" avevano creato un reattore nucleare naturale raffreddato ad acqua che era stato attivo a Oklo (Gabon), nell’Africa occidentale, per ben un milione di anni.
La notizia fu data dal Dr. F. Perrin, ex presidente del "Commissariat à l’Energie Atomique" (CEA).
Una reazione nucleare a catena avviene quando dei neutroni creati dalla scissione dell’ uranio bombardano altri atomi di uranio, generando in tal modo altri neutroni.
Se non vi sono sufficienti "moderatori" da ghermire i neutroni in eccesso, si verifica un’esplosione nucleare. Se i moderatori invece sono troppi, il processo si estingue rapidamente. Teoricamente sono necessarie determinate condizioni perché si verifichi una reazione nucleare a catena: la concentrazione dell’uranio deve essere elevata; ci vogliono un moderatore e un raffreddante e la zona deve essere relativamente priva di sostanze atte ad assorbire i neutroni, le quali potrebbero impedire la reazione stessa. Un’ indagine geologica nella regione di Oklo in Gabon così come essa si presentava presumibilmente durante l’Era Pre-Cambriana mise infine in luce l’esistenza di tutte queste condizioni. Si calcola che il "reattore" naturale avesse di per sé un diametro di circa 5 metri.
La principale prova che su cui i ricercatori francesi basavano la loro tesi era la riduzione di un certo isotopo dell’ uranio (U-235). Infatti l' uranio naturale contiene lo 0,72% dell’isotopo U-235, mentre i depositi di Oklo ne contengono di meno. E inoltre una parte del materiale dei depositi di uranio di Oklo aveva in effetti una maggiore incidenza di U-235 rispetto alla norma. Come avviene nei reattori atomici costruiti dall’uomo, la reazione nucleare a catena aveva prodotto del plutonio che si era ritrasformato in uranio. Tale "nuovo" uranio era più "giovane" e più ricco di U-235 dell’ uranio primordiale. Un campione di uranio di Oklo rivelava la presenza di quattro elementi rari (neodimio, samario, europio, cerio) con percentuali isotopiche che erano comuni fino a quel momento soltanto nei reattori di costruzione umana.   [3]
Nuovi studi sono stati di recente pubblicati nel mese di ottobre 2004 sulla rivista "Physical Review Letters" in merito ai reattori nucleari naturali scoperti nella regione di Oklo (Gabon) nel 1972 e che avrebbero prodotto l'equivalente in calore di una centrale da 100 000 kilowatt per un periodo di circa 150 000 anni. Gli scienziati avevano già capito che l' uranio contenuto nelle vene di minerale delle rocce era entrato in una reazione a catena autosostenuta che produceva un intenso calore. Il problema era capire come il tutto non si fosse tradotto in una reazione a catena incontrollata conclusa con una esplosione o con la fusione delle rocce. Alex Meshik dell'Università di Sain Louis nel Missouri ha scoperto che la reazione si accendeva e si spegneva naturalmente: a periodi di attività di 30 minuti seguivano  fasi di riposo di circa due ore e mezzo. Ed era proprio questo meccanismo di regolazione naturale dovuto alla presenza di acqua nelle rocce che evitava che la reazione a catena diventasse incontrollata e portasse a una esplosione o alla fusione delle rocce. 
Meshik, infatti, ha analizzato i livelli di xeno nelle rocce. Lo xeno è un gas, sottoprodotto della fissione dell' uranio. Non è stato trovato nei minerali di uranio, ma in granuli di fosfati di alluminio dispersi nelle rocce. "Questi granuli contengono la più grande concentrazione di xeno mai trovata in natura", scrive Meshik. Dato che lo xeno è un gas, sarebbe dovuto sfuggire dalle rocce e disperdersi nell'atmosfera. Se però il reattore si raffreddava periodicamente, allora il gas poteva rimanere intrappolato nei granuli di fosfati.  [4]
Pertanto l' esame degli elementi contenuti nella roccia ha permesso loro di stabilire che la centrale atomica somigliava molto ad un geyser. Praticamente la chiave di tutto era l'acqua. Quella che si trovava nel terreno vicino al reattore veniva trasformata in vapore, che si intrufolata tra il materiale nucleare. Poichè l' acqua rallenta i neutroni, e quindi è capace di fermare una reazione di fissione, il reattore si spegneva per un po'. Poi, scomparso il vapore, la reazione nucleare si riavviava e tutto ricominciava daccapo in un ciclo fatta da trenta minuti di attività e due ore e mezza di "sonno".

Sembra così risolto il semplice e antico problema di questa zona del Gabon: perchè non è saltato tutto in aria in un'esplosione nucleare, oppure perchè la reazione non si è rapidamente esaurita? Alcuni avevano addirittura messo ipotizzato che tutto questo fosse opera di extraterrestri! In realtà, un sistema di controllo spontaneo e perfettamente bilanciato ha fatto quello che nelle nostre centrali contemporanee richiede computer e tecnici in costante veglia.   [5]

venerdì 12 luglio 2013

Il Vesuvio e l’Etna esploderanno, esperto americano dichiara: “E’ una certezza”.

L'eruzione del 1944
Vesuvio ed Etna – Il professor Flavio Dobran, docente della New York University, prevede che l’Etna e il Vesuvio saranno protagonisti di eruzioni catastrofiche. “All’improvviso ilVesuvio che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi,asfissiando animali, uccidendo forse un milione diesseri umani” spiega con dovizia di particolari il professore americano. Le eruzioni non dureranno molto, intorno ai 15 minuti, ma saranno talmente potenti da poterle descrivere come esplosioni. Insieme alla sua equipe, Flavio Dobran ha studiato l’Etna e il Vesuvio. “Certo non sarà tra due settimane, però sappiamo con certezza che il momento del grande botto ci sarà sia per l’Etna che per il Vesuvio, anche se è su quest’ultimo che i nostri test si sono soffermati con particolare attenzione. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore”.
E in Italia quale è l’opinione dei vulcanologi? “È il magma che spinge e vuole salire a far tremare il suolo della Campania” sostiene il professor Giuseppe Luongo mentre il suo collega Paolo Gasparini si esprime così: il vulcano è “un cono edificato dai prodotti eterogenei delle eruzioni, poggiato su un basamento di calcare che inizia a 2-3 chilometri di profondità (…) non si vedono altre sacche magmatiche sopra il bacino, cioè sopra i 10 km”. Giuseppe Luongo insiste: “Il magma, per risalire in superficie, non dovrà vincere la resistenza di rocce rigide che lo sovrastano per uno spessore di 10 km, al contrario potrebbe trovare una facile via di risalita lungo i percorsi già occupati da masse atemperature elevata“.
Ma torniamo a Dobran, egli ha progettato un “simulatore vulcanico globale: un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni del Vesuvio, per descrivere quelle future. Oltre ai dati storici nel computer vengono inseriti anche quelli sullo stato attuale del vulcano: l’attività sismica più recente, le emissioni di gas, i cambiamenti dei campi magnetici”. Dobran ci spiega l’accurato studio: “Abbiamo cercato di riprodurre al computer l’eruzione del 79. E il simulatore vulcanico globale, dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3 mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata”.

1970 - La capsula APOLLO che perse la strada.

Secondo la leggenda che la NASA ci ha raccontato tramite i suoi filmati e le sue immagini, dopo ogni missione sulla Luna le “capsule Apollo” con gli astronauti a bordo rientravano sulla Terra ammarando nell’Oceano Pacifico. Una delle cose che consentivano alle capsule di non bruciare al rientro nell’atmosfera terrestre erano gli strati di “protezione termica” di cui ogni capsula era dotata.
Non molti conoscono però la storia che qui si va a raccontare: nel 1970, una capsula priva di astronauti e senza la minima protezione termica fu recuperata da marinai sovietici nelle acque atlantiche del Golfo di Biscaglia. La vicenda – rimasta sconosciuta per quasi 40 anni al pubblico occidentale – è stata raccontata e documentata da Mark Wade, direttore e fondatore dellaEncyclopedia Astronautica.
La storia venne alla luce qualche anno fa, quando Nandor Schuminszky, un ungherese appassionato di storia dei viaggi spaziali, contattò Wade inviandogli una stupefacente fotografia, reperita in un giornale ungherese del 1970, la cui didascalia recitava:
“Murmansk (porto sovietico): una capsula Apollo viene consegnata ad alcuni delegati americani. [La capsula] è stata recuperata da alcuni pescatori sovietici nel Golfo di Biscaglia. Foto: Agenzia di stampa ungherese. Data: 8 settembre 1970”.Nel suo articolo, Wade racconta come, incuriosito da questa vicenda, avesse poi contattato Schuminszky per saperne di più, essendo la vicenda del tutto ignota ai registri della NASA e ai media occidentali. Secondo il giornale ungherese, la capsula sarebbe stata recuperata da un peschereccio sovietico e poi consegnata agli americani, in gran pompa e alla presenza di numerosi giornalisti, l’8 settembre 1970. La consegna avvenne nel porto sovietico di Murmansk, sul Golfo di Kola. Subito dopo la capsula recuperata venne caricata sulla “Southwind”, una nave della Guardia Costiera statunitense, per essere riportata in patria.

 

Stando a quanto riporta il sito russo novosti-kosmonavtiki [9], gli esperti che poterono esaminare la capsula dichiararono: “Si trattava di un modello in spesso acciaio galvanizzato, ricostruito molto accuratamente e privo di segni di corrosione. Il peso, le dimensioni e la configurazione del modulo di comando erano quelle delle capsule Apollo. [Con l’eccezione di] un faro luminoso di ricerca [...] e del fatto che gli scudi termici non erano presenti. Tutto era molto semplificato”.
continua cliccando  QUI (Fonte)

lunedì 8 luglio 2013

Nanopatologie, fonti inquinanti da polveri ultrafini e malattie. (VIDEO)

Intervista del Dott. Stefano MONTANARI

Stefano Montanari, bolognese di nascita (1949), modenese di adozione, laureato in Farmacia nel 1972 con una tesi in Microchimica, ha cominciato fin dai tempi dell’università ad occuparsi di ricerca applicata al campo della medicina. Autore di diversi brevetti nel campo della cardiochirurgia, della chirurgia vascolare, della pneumologia e progettista di sistemi ed apparecchiature per l’elettrofisiologia, ha eseguito consulenze scientifiche per varie aziende, dirigendo, tra l’altro, un progetto per la realizzazione di una valvola cardiaca biologica.
Dal 1979 collabora con la moglie Antonietta Gatti in numerose ricerche sui biomateriali.
Dal 2004 ha la direzione scientifica del laboratorio Nanodiagnostics di Modena in cui si svolgono ricerche e si offrono consulenze di altissimo livello sulle nanopatologie.
Docente in diversi master nazionali ed internazionali, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche.
Da anni svolge un’intensa opera di divulgazione scientifica nel campo delle nanopatologie, soprattutto per quanto riguarda le fonti inquinanti da polveri ultrafini.

per approfondire

Per "nanopatologie" s'intendono le malattie provocate da micro- e nanoparticelle inorganiche che sono riuscite, per inalazione od ingestione, ad insinuarsi nell’organismo e si sono stabilite in un organo o in un tessuto.

Le particelle sono liberate naturalmente in atmosfera dai vulcani attivi, dagl’incendi, dall’erosione delle rocce, dalla sabbia sollevata dal vento, ecc. In genere, le particelle di queste provenienze sono piuttosto grossolane. Spesso più sottili e normalmente assai più numerose, sono le particelle originate dalle attività umane, soprattutto quelle che prevedono l’impiego di processi ad alta temperatura. Tra questi processi, il funzionamento dei motori a scoppio, dei cementifici, delle fonderie e degl’inceneritori.


Etna imbiancato dalla neve di luglio.


Foto scattate da Antonio di Caudo, gentilmente concesse da METEOWEB. 
Nel primo pomeriggio di ieri si è abbattuto un intenso temporale sull'Etna e tutta la provincia di Catania, portando accumuli localmente superiori ai 30 mm, ma la vera protagonista è stata la neve, caduta sull'Etna a quote superiori ai 2600 metri.

Viene segnalato un accumulo vicino ai 5 cm sulla cima che resiste ancora in queste ore, malgrado siano trascorse più di 18 ore dal nubifragio-lampo. Al termine dei rovesci, sulla cima dell'Etna è stato rilevato l'incredibile valore di -5°C.

A Piano Provenzana ieri la temperatura è crollata fino a+7°C, l'accumulo è stato di ben 34 mm. A Gravina di Catania sono caduti 15 mm, a Mascalucia ne sono caduti 13.

domenica 7 luglio 2013

Mareggiata con onde di oltre 7 metri, devasta le coste del Cile.

Le avverse condizioni di maltempo che hanno colpito la costa cilena sono state il fattore scatenante di una terribile mareggiata che si è riversata sulla costa, provocando ingenti danni e feriti tra la popolazione del luogo. Secondo quanto riferiscono le autorità locali infatti, sono 4 le persone portate in ospedale a causa di ferite importanti causate dal trasporto dell’acqua e dalle violente onde che si sono scagliate lungo i litorali e le strade della zona: la CNN nell’edizione di ieri mattina ha specificato che la loro altezza ha raggiunto in maniera piuttosto sorprendente i 7 metri.
fonte: Peru21.pe
fonte: Peru21.pe
Al momento il servizio meteorologico locale continua a monitorare con estremo rigore la situazione climatica dell’area: è stato infatti specificato che nei prossimi giorni altri eventi di questo genere potranno verificarsi fino al cessato allarme. C’è disperazione tra i negozianti sul lungomare, molti dei loro locali infatti sono completamente andati distrutti e ora si trovano a dover fronteggiare una vera e propria emergenza. Di seguito la galleria completa di immagini provenienti dalla testata peru21.

martedì 25 giugno 2013

Marco TODESCHINI...un genio incompreso.


Marco Todeschini nacque a Valsecca,in provincia di Bergamo, il 25 aprile 1899. Tra l'altro mi sono recata recentemente in questo piccolo paesino, situato nella Valle Imagna, dove ho potuto visitare la piazza a lui intitolata,il piccolo cimitero dove volle essere sepolto, e il monumento celebrativo che lo ricorda.
Orfano della madre dalla nascita, venne mandato ancora bambino in collegio a Casalmaggiore, dove vi rimase fino all’età di 17 anni, anno in cui entrò nell’esercito come ufficiale del Genio e pilota aviatore. Si laureò in ingegneria meccanica ed elettronica al Politecnico di Torino.
Nella sua vita di studioso si specializzò e si diplomò in vari rami della fisica e della fisioneurologia ed insegnò come Professore Ordinario di meccanica razionale ed elettronica al biennio di Ingegneria Superiore STGM in Roma oltre ad essere stato docente di Termodinamica all’Istituto Tecnico Industriale Paleocapa di Stato in Bergamo.
Negli attrezzatissimi laboratori del Centro Studi di Pavia, realizzò varie invenzioni e compì una classica serie di ricerche teoriche e sperimentali giungendo a scoprire le modalità con le quali si svolgono e sono collegati tra loro i fenomeni fisici, biologici e psichici, di cui determinò le precise relazioni matematiche reciproche e di assieme coordinandoli tutti in una scienza universale denominata appunto perciò "PsicoBioFisica".
Egli lavorò per tutta la vita alla sua originale teoria fisica unitaria, che chiamò "Teoria delle Apparenze", o anche "Psicobiofisica". In contrapposizione alle tesi della relatività einsteniana, viene rivalutato il concetto di "etere", ovvero di un fluido sottilissimo responsabile di ogni moto e fenomeno dell’universo, dal mondo atomico alla cosmologia, comprese anche le realtà biologiche e psichiche.

Marco Todeschini visse gli ultimi anni della sua vita a Bergamo, dove morì il 13 ottobre 1988, dopo aver manifestato il volere di riposare nel suo paese natale,Valsecca,dove la sua lapide dice :" Visse la sua vita per la scienza universale".......
http://www.duepassinelmistero.com/Marco%20Todeschini.htm

Todeschini e il "motore impossibile" (2) - VIDEO




All’International Kongres der Ufologes,a Wisbaden,in Germania, il 2 novembre 1975 fu presentata una relazione da un gruppo di scienziati di varie nazioni che avevano assitito agli esperimenti e dopo aver studiato a fondo il dispoitivo, sostennero che questo apparecchio ha le stesse caratteristiche e possibilità di quelli usati per la propulsione degli U.F.O.Il brevetto di tale motore fu depositato nel 1932 e rilasciato il 17 nov.1933 (numero 312496,rilasciatodall’allora Mninistero per le Corporazioni del Regno d’Italia).
Questo ‘motore impossibile’è formato da un motore(che può essere di qualunque genere) collegato ad un sistema di ingranaggi e a due masse rotanti:il dispositivo è in grado di generare una forza propulsiva autonoma,orientabile,senza necessità di trasmissione,tant’è che se venisse montato su un carrello con ruote,esso –pur non essendo ad esse in alcun modo collegato-lo farebbe muovere! Il principio va oltre le leggi della fisica comunemente accetttate poiché peremtterebbe di spostare un veicolo nello spazio,in qualsiasi direzione e senza espulsione di massa(come invece accade negli attuali missili astronautici).
Dimostrazione effettuata da Mirco Gregori nel Primo Convegno Nazionale del Circolo di Psicobiofisica a Valsecca il 29 aprile 2012

Todeschini e il "motore impossibile"

Mirco GREGORI
E' veronese l'erede di Marco Todeschini, l'ingegnere bergamasco che ha smentito una parte delle teorie di Newton e di Einstein. Mirco Gregori, ingegnere montefortiano quarantaquattrenne, è il primo al mondo ad aver replicato per pura passione il «motore impossibile» che dimostra quanto sia «relativa» la teoria della relatività sulla quale si basa la fisica moderna. Una sperimentazione, la sua, che rende giustizia allo scienziato bergamasco, ne riporta prepotentemente d'attualità le teorie e che è destinata a riaccendere la discussione sulla finitezza della fisica classica e su tutto il sapere che, secondo Gregori, sarebbe costruito su un assunto sbagliato. «Guardi qua: come può essere vera questa cosa?», dice Gregori mettendo il dito sotto i cardini della relatività. Insomma, lo vedrebbe anche un bambino delle scuole elementari che la formula C= C+V non sta né in cielo né in terra, «perchè come può una cosa essere uguale a se stessa più qualcosa d'altro, cioè, nel caso specifico, il postulato della costanza della velocità della luce?». Tutto, per Mirco Gregori, è partito da qui, o meglio da una domanda ancora più semplice: «Ma sarà vero che la luce ha una velocità e che sia la massima raggiungibile, e sarà vero che la terra galleggia nel vuoto?». Ce ne sarebbe abbastanza per diventare matti, ma l'ingegner Mirco Gregori è un tipo a dir poco pragmatico. Anzi, questo è il suo marchio di fabbrica. Lo ha imparato dalla vita ad esserlo quando, avviato a brillanti studi tecnici per via di un talento non comune per la meccanica e l'elettronica, si è trovato a interromperli a quattordici anni per andare a lavorare. A dire il vero, lavorare l'ha sempre fatto perchè è tra i carrelli dell'officina del papà, storico meccanico a Costalunga, che ha scoperto il suo talento. Va a lavorare, Mirco, e a vent'anni, aiuto carrellista all'Aia, si rivela: «Ci fu un blocco tecnico che paralizzò tutta la produzione. Mi feci avanti. Mi guardarono dubbiosi, ma alla fine mi dissero di sì: tolsi la scheda che governava le macchine, ci lavorai un po' e la produzione ripartì». Nulla di strano per uno che a 14 anni realizzava programmi per computer e si costruiva i videogiochi. Il signor Veronesi lo premia e così Mirco, alle scuole serali, conquista la maturità da perito tecnico e telecomunicazioni. Il resto è una corsa a perdifiato: due lauree, «ma basta scrivere che sono dottore in scienze informatiche e c'è dentro tutto», e lo studio sempre abbinato al lavoro. Dopo l'Aia c'è la Bauli e oggi il ruolo da responsabile dei servizi informativi di un colosso veronese della grande distribuzione organizzata. «Ma sì, è lavoro», taglia corto. «La passione è altra cosa». Già, altra cosa, cioè gli ultimi cinque anni di studio partiti da quelle domande: «Ho scoperto Nikola Tesla, il papà del sistema elettrico a corrente alternata e delle onde radio. Così ho conosciuto e mi sono innamorato di Todeschini». Cerca e ricerca, studia e ristudia, Gregori incontra Fiorenzo Zampieri, il depositario di tutto quello che Marco Todeschini ha scritto e fatto fino al 1988, anno della sua morte. Tutto o quasi perchè la sua rivoluzionaria invenzione, il «motore impossibile» che Gregori ha replicato, è letteralmente svanito nel nulla. E si capisce anche il perchè, «visto che a molti scienziati che si muovono con la mente libera, che sperimentano e discutono il consolidato si chiude la bocca. Antonella, la figlia di Marco Todeschini, me lo ha detto tra le lacrime vedendo il motore impossibile in funzione: a lei è andata meglio che ad altri congiunti di scienziati perchè le cose del padre sono state nascoste e non bruciate». Ma torniamo a Zampieri che negli occhi scuri di Gregori vede quella luce che lo convince che solo quell'ingegnere quarantenne farà rivivere Todeschini. Ecco perchè gli mette nelle mani tutto. E Mirco Gregori studia. Poi, due anni fa, trasforma tutto in realtà fisica e costruisce pezzo per pezzo il motore, con l'aiuto dell'amico Giancarlo. Ci hanno provato in tanti, lui è il primo a farlo funzionare: «Semplice», spiega, «attraverso un moto rotatorio è possibile ottenere un moto rettilineo pulsato. La fisica non lo ammette, la realtà sì», dice mostrando il motore in funzione. Per semplificare, il senso è pressappoco questo: a un'azione corrisponde una reazione. Punto. Fine. Prima di Todeschini e Gregori la frase sarebbe continuata con la precisazione «uguale e contraria». Sotto i tuoi occhi, però, ti accorgi che non è così. Come si spiega tutto ciò? «Esiste se concepiamo l'esistenza dell'etere che pervade il cosmo intero. Ecco perchè, diversamente da quello che comanda la fisica classica, quello che hai visto adesso è così non solo sulla Terra». A Valsecca, il paese natale di Todeschini, nel Bergamasco, dove Gregori ha presentato per la prima volta il motore, la gente piangeva. E lui, dando voce a Todeschini, lo ha ribadito: «La forza non esiste, è apparenza. La massima velocità raggiungibile per una particella non è limitata a quella della luce, ma di gran lunga superiore». E così, col «motore impossibile», potrebbe saltar fuori anche un modo diverso per esplorare il cielo.

Paola Dalli Cani

Astronavi intorno a Saturno (2) - VIDEO

Le immagini che vi presentiamo sono una serie di fotografie realizzate dalla sonda Cassini che staziona nell’orbita di Saturno. Rammentiamo che la  Cassini–Huygens è una missione robotica interplanetaria congiunta NASA/ESA/ASI, lanciata il 15 ottobre 1997, con il compito di studiare il sistema di Saturno, comprese le sue lune e i suoi anelli.
Le fotografie sono state scattate dalla sonda recentemente e mostrano un enorme oggetto a forma di sigaro passare sotto gli anelli del gigante gassoso e mentre il misterioso velivolo passa a forte velocità si può osservare anche altro oggetto in alto a sinistra rispetto alle immagini.
http://www.segnidalcielo.it/2013/06/25/enorme-ufo-a-forma-di-sigaro-fotografato-dalla-sonda-cassini-su-saturno/







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